Tribunale di Bari: Ordinanza 18/10/2016 – R.G. 7961/2016

Tribunale di Bari: Ordinanza 18/10/2016 – R.G. 7961/2016

Sospensione dell’esecuzione:

“.. La riconduzione anche della commissione per l’estinzione anticipata del mutuo tra i costi valutabili nel complessivo giudizio di usurarietà dell’operazione finanziaria, in aggiunta al tasso di interessi corrispettivo, discende da un ragionamento analogo a quello compiuto dalla giurisprudenza di merito e di legittimità in ordine alla usurarietà degli interessi di mora, anch’essi di natura eventuale …”.

 

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Normativa Usura bancaria – Legge N° 108/1996

Normativa Usura – Legge N° 108\1996:

  1. Il comma 1° dell’Art. 644  C. P. in base al quale  “ Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 643, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari…”
  2. Il comma 4° dell’Art. 644 C. P. in base al qualePer la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito”;
  3. l comma 1° dell’Art. 1 della legge N° 24 del 28\2\2001 in base al quale “ Ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”;
  4. Il comma 4° dell’Art. 2 della legge N° 108\1996 in base al qualeIl limite previsto dal terzo comma dell’articolo 644 del codice penale, oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, è stabilito nel tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ai sensi del comma 1 relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato della metà (n.d.e. sino al 12\5\2011) aumentato di un quarto (25%), cui si aggiunge un margine di ulteriori quattro punti percentuali. La differenza tra il limite e il tasso medio non può essere superiore a otto punti percentuali(n.d.e. dal 13\5\2011)
  5. Il comma 2° dell’Art.  1815 C. C. in base al quale “”Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.

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CAGLIARI, PRESTITO PERSONALE: CLIENTE OTTIENE LA RESTITUZIONE DI EURO 9.000 DI INTERESSI PAGATI

Il contratto dell’anno 2011 era inficiato di diverse irregolarità legate alla corretta indicazione del Tasso Annuo Effettivo Globale (TAEG), vale a dire il tasso che indica il costo complessivo del finanziamento sottoscritto tra le parti.

Il cliente, attraverso l’invio di un formale reclamo all’istituto di credito, hanno dimostrato le anomalie emerse sul finanziamento e chiesto in favore del cliente la restituzione degli interessi ingiustamente pagati sullo stesso.

Come nella maggior parte dei finanziamenti  è emerso che il TAEG contrattuale indicato dalla Banca non è risultato corretto perché non rispondente al reale tasso pagato dal cliente.

Dopo circa 2 mesi dall’invio del reclamo, i referenti dell’istituto di credito hanno proposto una soluzione bonaria della vertenza. Le trattative che si sono susseguite ed hanno permesso al cliente di recuperare la somma di Euro 9.000, attraverso la sottoscrizione di un accordo in via stragiudiziale.

È dunque importante verificare la regolarità dei finanziamenti sottoscritti in quanto spesso risulta che il mancato inserimento nel calcolo del TAEG di tutti i costi connessi al contratto di credito ed obbligatori per la sua accensione, soprattutto i costi relativi alle polizze assicurative, comportano una errata indicazione del tasso in contratto. Anche una non completa contrattualista, validamente sottoscritta, può essere fonte di responsabilità della banca e dunque oggetto di reclamo.

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Tribunale di Bari II sez. Civ. 24/08/2015 + 12/01/2016 (R.G.E. 572/12) + 18/10/2016 (R.G. 7961/2016)

Tribunale di Bari II sez. Civ. 24/08/2015.

            Il G.E. osserva che “… la richiesta di sospensione dell’esecuzione è fondata e meritevole di accoglimento considerato che: le clausole di determinazione degli interessi moratori contenute nei due contratti di mutuo posti a base dell’esecuzione in esame … devono ritenersi nulle in quanto, considerando anche le spese e le commissioni per anticipata risoluzione dei contratti, gli interessi pattuiti superano il tasso soglia; conseguentemente non sono dovuti gli interessi ai sensi dell’art. 1815, II° co. c.c. e le somme ad oggi versate dall’opponente devono essere imputate soltanto a titolo di restituzione della sorte capitale e che lo stesso è tenuto per i ratei di mutuo futuri depurati degli interessi; ulteriore conseguenza è che la banca non poteva avvalersi della clausola risolutiva espressa non essendosene verificati i presupposti e che, dunque, il credito azionato dalla banca opposta in via esecutiva non è esigibile”.

 

Tribunale di Bari depositata il 12/01/2016 – R.G.E. 572/12,

            disponente la sospensione dell’esecuzione.  Il G.E. osserva che “… la richiesta di sospensione dell’esecuzione ….. è fondata e deve essere accolta considerato che ….. ai fini dell’accertamento dell’usurarietà di un mutuo deve aversi riguardo al tasso previsto per gli interessi moratori nonché ogni altra spesa e commissione (quindi le spese di istruttoria, eventuali assicurazioni stipulate a garanzia del finanziamento, commissioni per anticipata risoluzione del contratto e così via) il mutuo di cui è causa deve ritenersi gratuito ai sensi dell’art. 1815 cod. civ., gratuità non esclusa dalla clausola di salvaguardia eventualmente prevista nel contratto di mutuo la quale, per quanto sopra detto non è idonea ad escludere il carattere usurario del mutuo e quindi la sua gratuità …”.

 

Tribunale di Bari, Ordinanza depositata il 18/10/2016 – R.G. 7961/2016,

            disponente la sospensione dell’esecuzione, nella quale si legge che “.. La riconduzione anche della commissione per l’estinzione anticipata del mutuo tra i costi valutabili nel complessivo giudizio di usurarietà dell’operazione finanziaria, in aggiunta al tasso di interessi corrispettivo, discende da un ragionamento analogo a quello compiuto dalla giurisprudenza di merito e di legittimità in ordine alla usurarietà degli interessi di mora, anch’essi di natura eventuale …”.

 

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Commissione per estinzione anticipata: Tribunale di Pescara e Bari

Tribunale di Pescara 28/11/2014

che pone in evidenza che “la mora e la penale per estinzione anticipata possono essere tra loro accomunate in quanto entrambe rappresentano un costo del mutuo erogato, seppure solo incerto e potenziale circa il verificarsi in concreto, atteso che entrambe dipendono da un fatto del mutuatario. …… Premesso, quindi, che la ratio del legislatore si riscontra nella necessitò di contenere i tassi anomali, in armonia alle più recenti mentovate statuizioni della giurisprudenza di legittimità, deve ritenersi che assumono rilevanza ai fini della disciplina anti-usura e del superamento del tasso soglia a qualsiasi onere collegato alla erogazione del credito e, quindi anche al costo pattuito per la estinzione anticipata del mutuo”.

 

Tribunale di Bari II sez. Civ. 01/12/2014

che pone in evidenza che la Commissione per estinzione anticipata “… sebbene sia determinata in misura percentuale sul capitale residuo, ai fini dell’accertamento dell’usurarietà del tasso il calcolo deve essere operato con riferimento al capitale concesso a mutuo dovendosi aver riguardo al momento in cui le condizioni contrattuali vengono pattuite, così come prescrive la legge, considerato anche che in ipotesi ben può accadere che l’estinzione anticipata venga richiesta a distanza di qualche giorno dalla conclusione del contratto. La necessità di cumulare gli interessi moratori con la commissione di estinzione anticipata appare vieppiù evidente nel caso di specie in cui tale commissione per contratto è dovuta anche in caso di risoluzione per inadempimento del mutuatario”;

 

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CASSAZIONE n.46669, n.14899, n.5286, n.6015 (ANTIUSURA)

19\12\2011, N° 46669, disponente a pag. 16, che:

“Le circolari  e le istruzioni della Banca d’Italia non rappresentano una fonte di diritti ed obblighi e nella ipotesi cui gli istituti bancari si conformino ad una erronea interpretazione fornita dalla Banca D’Italia in una circolare, non può essere esclusa la sussistenza del reato sotto il profilo dell’elemento oggettivo. Le circolari o direttive, ove illegittime ed in violazione di legge, non hanno efficacia vincolante per gli istituti bancari sottoposti alla vigilanza della Banca D’Italia, neppure quale mezzo di interpretazione, trattandosi di questione nota nell’ambiente del commercio che non presenta in se particolari difficoltà, stante anche la quantificazione soggettiva degli organi bancari e la disponibilità di strumenti di verifica da parte degli istituti di credito”.
Alla successiva pagina 17, la stessa Corte continua affermando che “Appare pertanto illegittimo lo scorporo dal TEGM della CMS ai fini della determinazione del tasso usuraio, indipendentemente dalle circolari e istruzioni impartite dalla Banca D’Italia al riguardo. In termini generali, quindi, l’ignoranza del tasso di usura da parte delle banche è priva di effetti e non può essere invocata quale scusante, trattandosi di ignoranza sulla legge penale (art. 5 c.p.)”.

 

Cassazione I Sez. Civile N° 14899 del 17\11\2000 e N° 5286/2000 del 2\4\2000 in tema di Interessi di Mora ed Usura  che afferma…

Tuttavia, non v’è ragione per escluderne l’applicabilità anche nell’ipotesi di assunzione dell’obbligazione di corrispondere interessi moratori, risultati di gran lunga accedenti lo stesso tasso soglia: va rilevato, infatti, che la legge n. 108 del 1996 ha individuato un unico criterio ai fini dell’accertamento del carattere usurario degli interessi (la formulazione dell’art. 1, 3 comma, ha valore assoluto in tal senso) e che nel sistema era già presente un principio di omogeneità di trattamento degli interessi, pur nella diversità di funzione, come emerge anche dell’art. 1224, 1 comma, cod. civ., nella parte in cui prevede che se prima della mora erano dovuti interessi in misura superiore a quella legale, gli interessi moratori sono dovuti nella stessa misura

 

Cassazione pen. 12 maggio 1999, n. 6015:

Significativamente la Suprema corte ha sempre detto che “Il [nuovo] delitto di usura si configura come reato a schema duplice, costituito da due fattispecie: una è caratterizzata dal conseguimento del profitto illecito, l’altra dalla sola accettazione del sinallagma ad esso preordinato. Le fattispecie sono destinate strutturalmente l’una ad assorbire l’altra con l’esecuzione della pattuizione usuraria ed hanno in comune l’induzione del soggetto passivo alla pattuizione di interessi od altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra “utilità”. Nella prima fattispecie il verificarsi dell’evento lesivo del patrimonio altrui si atteggia … ad elemento costitutivo dellillecito il quale, nel caso di integrale adempimento dell’obbligazione usuraria, si consuma con il pagamento del debito; nella seconda, che si verifica quando la promessa del corrispettivo, in tutto o in parte, non viene mantenuta, il reato si perfeziona con la sola accettazione dell’obbligazione rimasta inadempiuta”.

 

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CASSAZIONE n.12028 e n.33331 (ANTIUSURA)

19\2\2010, N° 12028, disponente, che:

le circolari emanate dalla Banca D’Italia hanno solo funzione “fotografica”  dei tassi medi (cfr. pag. 10 e non determinativa dei Tassi Usurari.

 

8\9\2011, N° 33331, disponente, che:

“Il reato di usura si configura come reato a schema duplice, e quindi, si perfeziona o con la sola accettazione della promessa degli interessi o degli altri vantaggi usurari, non seguita dalla effettiva dazione degli stessi, ovvero, quando questa segua, con l’integrale adempimento dell’obbligazione usuraria.

Esso è costituito da due fattispecie destinate strutturalmente l’una ad assorbire l’altra con l’esecuzione della pattuizione usuraria, aventi in comune l’induzione del soggetto passivo alla pattuizione di interessi od altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, delle quali l’una è caratterizzata dal conseguimento del profitto illecito e l’altra dalla sola accettazione del sinallagma ad esso preordinato”.

“…La richiesta ultima dell’imputato può certo essere un elemento logico di determinazione del tasso applicato in origine, ma non consente di prescindere da una valutazione delle pattuizioni usurarie, secondo la loro scansione temporale come indicato nello stesso contesto motivazionale (2001 -2003 -2004), al fine di chiarire se, quando e con quali modalità siano stati pattuiti interessi usurari. A tal fine, peraltro, non può accogliersi la tesi difensiva sulla legittimità della capitalizzazione annuale degli interessi operata con la scrittura del 4 gennaio 2011, sia perché la giurisprudenza civile considera l’art. 1283 cod. civ. ostativo alla previsione negoziale di capitalizzazione annuale degli interessi (Sez. U, n. 24418 del 02/12/2010, Rv. 615490) sia soprattutto perché non può certo consentirsi la capitalizzazione di interessi usurari, che, in quanto illeciti, renderebbero nulla qualsiasi pattuizione di capitalizzazione, dalla quale, anzi, potrebbe emergere proprio la usurarietà del tasso applicato”.

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Milano-derivato: Recupero di un milione di Euro!

il Tribunale di Milano, con Sentenza n. 2807/2018 pubblicata il 09/03/2018, ha dichiarato nulli i contratti derivati stipulati e per l’effetto ha condannato l’istituto di credito a restituire all’attrice la somma complessiva di Euro 1.000.000, pari ai flussi di cassa pagati dal cliente durante la vita dei derivati.
 
La banca è stata inoltre condannata a rifondere le spese processuali liquidate dal Giudice in complessivi Euro 21.280.
 
Il Giudice ha riscontrato che alla stipula dei contratti, la banca ha omesso di indicare correttamente il Mark to Market, che rappresenta la sommatoria attualizzata dei differenziali futuri attesi. Secondo la giurisprudenza, nei contratti il Mark to Market deve essere determinabile, pertanto è necessario che venga esplicitata anche la formula matematica alla quale le parti intendono fare riferimento per procedere all’attualizzazione dei flussi finanziari futuri. L’assenza di tale indicazione, ritenuta dunque fondamentale, implica la nullità dell’intero ex art. 1418 del Codice Civile.
 
Inoltre sempre nel contratto è stata rilevata la presenza di numerose commissioni implicite, gravanti sul cliente ed ingiustamente addebitate ad esso in occasione della stipula delle predette operazioni dalla Banca.
 
In ragione di queste motivazioni, il Giudice ha condannato la Banca a restituire all’azienda Euro 1.000.000 corrispondente alle perdite subite in esecuzione dei contratti.
 
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UDINE: ANNULLATO DEBITO CLIENTE per la presenza del “FLOOR” nel Leasing

Il Tribunale di Udine con sentenza n. 850/2017 del 14/6/2017 il Giudice Dott. Massarelli ha revocato il decreto ingiuntivo che la Banca aveva ottenuto nei confronti di un cliente moroso.

Le parti avevano firmato il contratto di leasing in data 23/10/2006 ma il cliente aveva poi smesso di pagare le rate, maturando un cospicuo debito nei confronti della Banca.

L’istituto di credito si è così rivolto al Giudice, chiedendo ed ottenendo un decreto con il quale il cliente venisse ingiunto al pagamento della somma dovuta, oltre interessi moratori maturati dalla data dello scaduto.

Il cliente si è opposto in giudizio, sottolineando l’esistenza di diverse irregolarità del leasing sottoscritto tra le parti, tra cui la presenza di una clausola floor nelle condizioni di contratto.

Il floor è un tasso minimo che viene unilateralmente fissato dalla Banca in contratto e permette a quest’ultima di assicurarsi che il cliente continui a pagare comunque il tasso minimo stabilito anche nel caso in cui il tasso variabile che regola il contratto scenda sotto tale soglia. In altre parole, si tratta di una clausola che fa in modo che non si possa beneficiare di un ribasso dei tassi in quanto, raggiunta la soglia del floor, il cliente si trova a pagare sempre quello stesso tasso.

Tale floor, oltre a comportare di per sé un aggravio di rischi ed oneri in capo al cliente, secondo il Giudice di Udine rappresenterebbe un vero e proprio derivato implicito, ovvero nascosto nel contratto.

Pertanto, trattandosi di un derivato a contenuto opzionale, il cliente deve poterne comprenderne la funzione specifica. Inoltre, la Banca deve preventivamente informare il cliente dei rischi connessi a tale clausola e rendere noti ed ben individuabili, fin dalla stipula, i costi complessivi a carico del cliente.

Nel caso di specie, invece, sia nel foglio informativo che nel contratto sono risultati mancanti tutti gli elementi determinativi del costo in questione e dunque, secondo il Tribunale, la clausola contrattuale floor è da ritenersi nulla. Inoltre, essa è inscindibile dalla complessiva clausola sugli interessi, cui si estende dunque la nullità.

Grazie a tale sentenza, il cliente ha beneficiato della revoca del decreto ingiuntivo ricevuto dalla Banca.

 

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Transazione a saldo e stralcio: cos’è e come funziona

In un clima di generale disagio finanziario, una delle problematiche più diffuse riguarda la negoziazione dei debiti con banche e finanziarie.

Nel caso di posizioni in contenzioso o a sofferenza, uno strumento efficace che permette di chiudere un debito con una somma inferiore rispetto all’importo complessivo è il “Il saldo e stralcio”, ossia una transazione attraverso la quale le parti interessate risolvono in via bonaria il rientro del debito in modo da ottenere da una parte, una riduzione percentuale delle somme residue che il debitore deve corrispondere alla banca o alla società finanziaria, e dall’altra, riuscire a soddisfare le richieste del creditore che accetta dunque di rinunciare ad eventuali procedure esecutive nei confronti del debitore.

Facciamo un esempio: un privato ha maturato un debito con una banca per un importo di € 20.000.

Per evitare di agire in giudizio e procedere al pignoramento con l’aggiunta di maggiori oneri per interessi e spese legali, la banca accetta di chiudere il debito mediante il pagamento immediato di € 12.000.

Una delle caratteristiche principali della transazione a saldo e stralcio è rappresentata dal fatto che la banca o la società finanziaria pretende, in genere, l’immediato pagamento della somma in un’unica soluzione, ma è importante sapere che spesso è possibile raggiungere un accordo per la definizione della posizione anche in diverse tranche concordando un saldo e stralcio dilazionato o a rate.

PERCHE’ PROPORRE UN SALDO E STRALCIO?

Allorché il privato o l’impresa si trovi nell’ impossibilità di pagare nel lungo periodo il proprio debito e non abbia la disponibilità di entrate certe ed immediate, la banca o la società finanziaria preferisce avere subito il rientro di una parte del debito, anziché intraprendere una più lunga e incerta procedura giudiziale di recupero del credito, con il rischio di non riavere indietro né l’intero capitale concesso a titolo di finanziamento né le spese e gli interessi.
In questi casi, il privato o l’impresa è dunque nelle condizioni di poter proporre un abbattimento che, può aggirarsi ad esempio attorno al 40% della somma complessiva a debito.

Ogni situazione è comunque diversa e non è possibile stabilire una regola in quanto in questo genere di transazioni molto dipende anche dall’aggredibilità del debitore.

E’ POSSIBILE CHIUDERE IL MUTUO A SALDO E STRALCIO PRIMA CHE L’IMMOBILE SIA VENDUTO ALL’ASTA GIUDIZIARIA?

Anche in questo caso è possibile raggiungere un accordo transattivo tra il cliente e il creditore (es. la banca), che consenta di chiudere la propria posizione mediante il pagamento di un importo inferiore rispetto al residuo del mutuo, interrompendo in questo modo il processo esecutivo che si attua con il pignoramento e la vendita forzata dei beni all’asta.

CONSEGUENZE IN CRIF E NELLE ALTRE BANCHE DATI?

Una volta raggiunto e definito l’accordo stragiudiziale a saldo e stralcio del debito, è sempre opportuno verificare che la banca o la società finanziaria abbia provveduto alla rinuncia di possibili procedure giudiziali di recupero del credito e alla cancellazione dell’eventuale segnalazione presso le banche dati che contengono informazioni sul finanziamento.

COME FARE UNA TRANSAZIONE A SALDO E STRALCIO?

La chiusura a saldo e stralcio dei debiti è una procedura molto complessa; sono indispensabili esperienza e “potere di negoziazione”, bisogna conoscere le disposizioni di legge in materia e le giuste strategie da seguire.

Col saldo e stralcio potresti concludere transazioni vantaggiose, permettendoti di ottenere sia l’estinzione del debito sia la possibilità di vedere ripristinata la tua reputazione creditizia.

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Il prestito vitalizio ipotecario

Il prestito vitalizio ipotecario è una nuova forma di finanziamento che permette di assecondare le esigenze di coloro che hanno superato i 60 anni di età e che sono proprietari di un immobile non ipotecato. Consente, nello specifico, di convertire parte del valore della propria casa in liquidità immediata. Questa potrebbe essere una soluzione interessante e davvero vantaggiosa per ottenere una considerevole somma di denaro soprattutto per una categoria, come quella dei pensionati o in generale degli over 60, che proprio per problemi d’età, di solito ha difficoltà ad ottenere finanziamenti con meno garanzie. Senza contare che può essere anche un importante possibilità di finanziamento per tutti quei lavoratori o pensionati che sono stati iscritti nel registro dei cattivi pagatori o nel bollettino dei protesti e che potrebbero in questo modo risolvere i loro problemi di accesso al credito.

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Tribunale di Genova, Sentenza N. 1157/2017 pubbl. il 04/05/2017 RG N. 4261/2015

Tribunale di Genova, Sentenza N. 1157/2017 pubbl. il 04/05/2017 RG N. 4261/2015 nella quale si legge che è “.. condivisibile il principio sancito da alcuni giudici di merito (cfr. Trib. Udine 26/09/14), secondo cui la norma di interpretazione autentica del D.L. 394/00 (“si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”) prevede un divieto di pattuizione che attribuisce rilevanza all’onere eventuale (interessi di mora) per il solo fatto di essere stato promesso e di poter generare, a determinate condizioni, costi superiori alla soglia di usura, indipendentemente dal fatto che quelle condizioni si siano verificate e che il costo del credito abbia effettivamente superato i limiti del penalmente lecito: l’onere eventuale è, dunque, rilevante solo perché promesso, ossia potenziale. ….”
Poiché “…… è emerso che, al momento della stipula del contratto di mutuo, il tasso di mora risulta superiore al tasso soglia (per cui non occorre, nella specie, che la verifica dell’usura vada effettuata sviluppando i calcoli sui possibili scenari di morosità in cui può evolvere il rapporto, ovvero pre¬disponendo un conteggio che evidenzi, fra i molteplici scenari di mutamento del piano di rimborso per effetto della morosità, quale sia quello caratterizza¬to dal TAEG massimo, per poi raffrontarlo al tasso soglia e, in caso di superamento, operare i ricalcoli del dovuto), non resta che esaminare quali siano le conseguenze giuridiche della nullità di tale clausola contrattuale, giusta il disposto dell’art. 1815, secondo comma, cc, tenendo conto che solo il tasso di mora, e non anche quello corrispettivo, supera la soglia di usura. …. Ritenuto, peraltro che il tasso di mora non ha un rilievo in sé, ma va valutato nell’ambito del tasso effettivo globale annuo pattuito assieme ad ogni altro credito, spesa, remunerazione, ecc, è evidente che, una volta constatato il superamento della soglia d’usura da parte del TEG, l’art. 1815, secondo comma, cc, va applicato in tutta la sua portata, anche se il semplice tasso d’interessi corrispettivo non supera di per se la soglia in esame…”
Quanto, alla maggiorazione dei 2,1 percentuali rispetto al tasso soglia si legge nella sentenza: “…. una indagine statistica a fini conoscitivi, condotta dalla Banca d’Italia e dall’ufficio Italiano Cambi nel lontano 2002, rilevò che “con riferimento al complesso delle operazioni facenti capo al campione di intermediari considerato, la maggiorazione stabilita contrattualmente per i casi di ritardato è mediamente pari a 2,1 punti percentuali “, tuttavia un tasso una tantum e mai più aggiornato, neppure rilevato per classi di operazioni omogenee, ma alla rinfusa “con riferimento al complesso delle opera¬zioni”, è manifestamente incoerente col procedimento di determinazione del¬le soglie di usura previsto dalla L.108/96: il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari è unico ( art.644, 3° c, cp), e, per essere unico, non può che essere globale ( art 644, 4° c, cp): o il costo (interessi, commissioni, spe¬se) è inerente alla concessione di credito – ed in tal caso rientra nel TEG – oppure ne è estraneo.

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Cassazione e Tassi usurari: 23192/17-depositata il 4 ottobre- arriva l’ordinanza che annulla tutti gli interessi

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza n. 23192/17; depositata il 4 ottobre – Presidente Scaldaferri – Relatore Ferro

La Corte di Cassazione interviene ancora una volta sull’importante tema della modalità di accertamento del superamento (o no) del tasso soglia rilevante per la disciplina sull’usura.

Una decisione importantissima in tema della dibattuta questione della cosiddetta “usura bancaria” relativa a mutui e finanziamenti che è tuttora oggetto di contrasti giurisprudenziali è giunta in data odierna dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza 23192/17, pubblicata il 4 ottobre dalla sesta sezione civile e che potrebbe favorire migliaia tra consumatori, aziende e utenti bancari in generale.

Se ad essere usurari sono solo gli interessi moratori previsti originariamente nel contratto, il correntista non è tenuto a corrispondere neanche quelli corrispettivi.

 

La Cassazione dà ragione al mutuatario, ossia al debitore. Difatti, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti in contratto, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori, indipendentemente dal momento del loro pagamento; il legislatore, infatti, ha voluto sanzionare l’usura perché realizza una sproporzione oggettive tra la prestazione del creditore e la controprestazione del debitore.

Nella fattispecie è stata la Ctu eseguita in sede di merito ad accertare che al momento della pattuizione il tasso degli interessi moratori è superiore al tasso-soglia di legge; si verifica dunque un’ipotesi di usura originaria e non sopravvenuta come, al contrario, eccepiva la banca.

Sottolineano i giudici di piazza Cavour che: «l’art. 1815, co. 2, c.c. stabilisce che “se sono dovuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi” e ai sensi dell’art. 1 d.l. 29 dicembre 2000, n. 394, convertito in l. 28 febbraio 2001, n. 24, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento; il legislatore, infatti, ha voluto sanzionare l’usura perché realizza una sproporzione oggettiva tra la prestazione del creditore e la controprestazione del debitore;» e quindi il ricorso della banca risulta essere manifestamente infondato in quanto – ricorda la Suprema Corte – «come ha già avuto modo di statuire la giurisprudenza di legittimità «è noto che in tema di contratto di mutuo, l’art. 1 della l. n. 108 de/ 1996, che prevede la fissazione di un tasso soglia al di là del quale gli interessi pattuiti debbono essere considerati usurari, riguarda sia gli interessi corrispettivi che quelli moratori (Cass. 4 aprile 2003, n. 5324).

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TRIBUNALE DI COMO: USURA PER TASSO DI MORA e MUTUO GRATUITO

Una importante Sentenza del Tribunale di Como (Sentenza N. 1088-2017 del 13-7-2017condanna la banca alla gratuità del mutuo erogato a TASSO DI MORA USURARIO convenuto nel contratto.

Il Cliente aveva stipulato con l’istituto di credito un mutuo fondiario pari a Eur 100.000 e ha citato in giudizio la banca chiedendo la nullità del contratto a causa della pattuizione di interessi moratori usurari in quanto superiori al tasso soglia in vigore alla stipula.

Il Giudice, senza nemmeno bisogno di affidarsi a un Consulente Tecnico d’ufficio, ha effettivamente verificato come l’interesse per mora previsto dal contratto prevedesse un tasso del 8%, superiore rispetto al tasso soglia in vigore a luglio 2006 (6,63%).

Conseguenza di queste conclusioni è stata l’applicazione dell’art. 1815 del codice civile, ai sensi del quale il Giudice ha dichiarato la gratuità del mutuo e, per l’effetto, ha condannato la banca a recuperare dal cliente il solo capitale, senza pagamento di interessi. Dunque, ricalcolando le somme effettivamente dovute dal cliente alla banca, il mutuatario si troverà a rimborsare il solo capitale puro (100.000) in 60 rate, senza dover versare alcun interesse.

Aumentano i casi concreti che ci dimostrano come i contratti di Mutuo debbano sottostare alla disciplina anti-usura di cui alla Legge 108/1996, non solo con riferimento agli interessi corrispettivi ma anche per quel che concerne gli interessi moratori pattuiti in contratto.

La Sentenza ribadisce inoltre con fermezza che – ai fini dell’applicazione dell’art. 1815 – non rileva la differente funzione della tipologia di interessi (corrispettivi e moratori) in quanto si considerano usurari tutti gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge al momento in cui sono promessi o comunque convenuti a qualsiasi titolo e, quindi, anche a titolo di interessi moratori.

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TRIBUNALE DI ROMA CONDANNA LA BANCA A RESTITUIRE OLTRE 164.000 euro ad UNA NOTA CATENA ALBERGHIERA

Una nota società Alberghiera della provincia di Palermo è stata risarcita da un noto istituto di credito dell’importo di € 164.187,42 oltre ad interessi maturati per oneri illegittimi pagati a fronte di illegittimità rilevate su un conto corrente i cui rapporti risalgono sin dal 1985.

 

Tutti gli interessi, le commissioni e le spese indebitamente corrisposte alla banca nel corso della vita del conto corrente sono stati dunque restituiti alla S.p.A.

 

È quanto ha stabilito il Tribunale di Roma, con la recentissima Sentenza n. 14956/2017 pubblicata il 22/07/2017. La pronuncia ha completamente ribaltato la pretesa di pagamento di Euro € 69.895,31 inizialmente avanzata dalla banca derivante dal saldo negativo al momento della chiusura del conto.

 

Dall’analisi effettuata dal Consulente Tecnico d’Ufficio nominato dal Giudice, è risultato un credito degli opponenti nei confronti della banca anziché un debito.

 

A seguito dei conteggi proposti dal CTU, il Giudice ha considerato il “saldo zero” alla data del 1/12/2002, anziché il saldo a debito di € 110.110,92, in difetto di prova delle movimentazioni anteriori, non avendo la Banca, nei cui confronti è stato pure ordinata la produzione degli estratti conto relativi all’intera durata del rapporto, provato la formazione di siffatto saldo, avendone oltretutto l’onere per aver proposto in riconvenzionale la condanna della S.p.A. al pagamento della somma di € 69.895,31 quale esposizione debitoria al 31/3/2013.

 

Infatti il conto corrente non risultava regolato da apposito contratto di apertura contenente le condizioni economiche da applicare in corso di rapporto. Di conseguenza, tutti gli interessi ultra-legali ed anatocistici, oltre alle commissioni di massimo scoperto, le spese e le valute sono risultati indeterminati in quanto mai specificamente pattuiti tra le parti.

 

Grazie ad un attività legale di accertamento negativo preventivo il Cliente ha evitato anche la notifica del Decreto Ingiuntivo da parte dell’istituto di credito.

 

Pertanto il Giudice non solo ha dichiarato non dovuti gli Euro 69.895,31 richiesti dalla banca, ma ha condannato l’istituto di credito al rimborso di Euro 164.187,42 in favore del cliente. L’azienda ha dunque potuto beneficiare della restituzione di complessivi Euro 234.082,73 oltre interessi legali.

 

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Decreto Ingiuntivo nullo se la Banca non fornisce prova del saldo negativo del cliente

se la Banca non fornisce, nel ricorso per decreto ingiuntivo, prove atte a dimostrare la provenienza del saldo negativo del cliente, il saldo iniziale del conto corrente deve considerarsi pari a zero.

L’ultima conferma in materia ci arriva dalla recente Sentenza della Corte d’Appello di l’Aquila del 27 giugno 2017.

Nel caso di specie la Banca aveva notificato al proprio cliente un decreto ingiuntivo per lo scoperto di Euro 91.704,52 sul conto corrente intrattenuto tra le parti.Il cliente si è opposto al decreto ingiuntivo davanti al Tribunale di Pescara, contestando i conteggi inesatti della Banca, oltre all’applicazione di tassi usurari ed anatocismo.

 

Già nel 2011 il Giudice di primo grado aveva dato ragione al cliente, ribadendo in quell’occasione l’importanza di dover dimostrare da parte della Banca il proprio credito, non soltanto con il deposito del “saldaconto” (vale a dire il mero riepilogo del saldo finale) bensì attraverso la produzione dei singoli estratti conto relativi al rapporto in contestazione, al fine di definire analiticamente tutte le voci del rapporto creditizio.

E’ utile sapere che in prima battuta la banca può ottenere l’emissione di un decreto ingiuntivo producendo solamente il cosiddetto “saldaconto”. Tuttavia, in seguito, nell’eventuale giudizio, l’istituto non può più limitarsi a richiamare tale documento, ma deve depositare i relativi estratti conto completi a dimostrazione dell’esistenza del credito vantato. Se non lo fa, c’è carenza probatoria e il saldo iniziale del conto deve essere considerato a zero.

In ragione di tali criticità il Giudice pro tempore aveva riconosciuto l’esistenza di un credito del cliente nei confronti della Banca di Euro 43.029,86 anziché un debito di Euro 91.704,52 , che l’istituto ha dovuto riconoscere al proprio cliente correntista al netto della rivalutazione monetaria dalla data di estinzione del conto.

Anche la Corte d’Appello di l’Aquila, ritenuto il ricorso presentato dalla Banca infondato, ha rigettato l’appello confermando integralmente la sentenza di primo grado e condannando la Banca al pagamento delle spese di lite pari ad Euro 8.000.

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TRIBUNALE DI SPOLETO: COMMISSIONI ILLEGITTIME SUI CONTI CORRENTI- LA BANCA DEVE RESTITUIRE € 55.000

In molti conti correnti emergono profili di criticità contestabili e per i quali si può ottenere la restituzione degli oneri illegittimi indebitamente corrisposti dalle Aziende alle Banche.

In una recente sentenza del Tribunale di Spoleto del 20 luglio 2017, una Banca è stata condannata alla restituzione di Euro 55.559,30 ad un Azienda a titolo di  nullità della clausola anatocistica e delle commissioni implicite non validamente pattuite.

Il Tribunale, attraverso la verifica operata da parte del CTU incaricato dal giudice, ha rilevato che su entrambi i rapporti di conto corrente, per tutto il periodo analizzato (novembre 1993 – gennaio 2006) sono stati indebitamente applicati costi e somme da parte dell’Istituto di Credito al Cliente.

In particolare, il CTU nell’effettuare il ricalcolo dei rapporti “dare-avere” tra cliente e banca, e dunque l’effettivo saldo del conto, ha scorporato dal conteggio le commissioni di massimo scoperto (la cui applicazione è risultata illegittima per la mancata indicazione dei criteri di applicazione della commissione stessa), oltre a quanto indebitamente corrisposto per effetto di una capitalizzazione degli interessi non univoca e non conforme a quanto stabilito dalle norme in vigore pro-tempore.

In merito alla C.M.S., secondo una recente impostazione giurisprudenziale, il giudice ne ha affermato la nullità tout court: “non trovando essa alcuna giustificazione causale, né quale corrispettivo per un servizio prestato per il cliente, né quale remunerazione per il denaro prestato, essendo tale funzione già assolta dalla corresponsione degli interessi”.

In conclusione, le somme indebitamente corrisposte da parte dell’Aziende cliente sono state complessivamente quantificate in Euro 55.559,3 che la Banca è stata condannata a restituire al Cliente.

 

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VITERBO: MUTUO GRATUITO per USURA TASSO DI MORA

Sentenza del Tribunale di Viterbo del 14/6/2017 che condanna una banca alla gratuità di un mutuo erogato, per via del TASSO DI MORA USURARIO convenuto in contratto.

La Società aveva stipulato con l’istituto di credito un mutuo chirografario di Euro 150.000 in data 31/7/2014. Nel 2015 i soci dell’azienda, garanti, hanno citato in giudizio la banca chiedendo la nullità del contratto a causa della pattuizione di interessi moratori usurari in quanto superiori al tasso soglia in vigore alla stipula.

Il Giudice, senza nemmeno bisogno di affidarsi ad un Consulente Tecnico d’ufficio, ha effettivamente verificato come l’interesse per mora previsto dal contratto prevedesse un tasso del 9,251%, superiore rispetto al tasso soglia in vigore a luglio 2014 (8,775%).

Conseguenza di queste conclusioni è stata l’applicazione dell’art. 1815 del codice civile, ai sensi del quale il Giudice ha dichiarato la gratuità del mutuo e, per l’effetto, ha condannato la banca a recuperare dalla ditta il solo capitale, senza pagamento di interessi. Dunque, ricalcolando le somme effettivamente dovute dal cliente alla banca, il mutuatario si troverà a rimborsare il solo capitale puro (150.000) in 84 rate, senza dover versare alcun interesse, costo  o commissione alla banca.

La Sentenza in esame rafforza l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale, nel caso di pattuizione di interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi da parte del cliente perché il prestito deve intendersi a titolo gratuito.

La Sentenza ribadisce inoltre con fermezza che – ai fini dell’applicazione dell’art. 1815 – non rileva la differente funzione della tipologia di interessi (corrispettivi e moratori) in quanto si considerano usurari tutti gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge al momento in cui sono promessi o comunque convenuti a qualsiasi titolo e, quindi, anche a titolo di interessi moratori.

 

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TRIBUNALE DI UDINE: NULLA la CLAUSOLA di INDICIZZAZIONE degli INTERESSI su un LEASING

Molti finanziamenti stipulati dalle Aziende con Banche o Società di leasing hanno condizioni irregolari e criticità che possono portare ad ottenere il rimborso di tutto quanto illegittimamente pagato negli anni dai clienti.

Con la Sentenza n. 650 del 12-05-2017 il Tribunale di Udine ha confermato quanto già preannunciato nella precedente Sentenza n. 1104/2016 del 13-9-2016, ovvero dell’importanza della presenza di condizioni economiche determinate e/o determinabili delle clausole contrattuali.

L’Azienda cliente aveva stipulato due contratti, di cui un contratto di locazione finanziaria per l’acquisto di un immobile oltre che un finanziamento dedicato alla ristrutturazione del medesimo.

Successivamente l’Azienda ha citato in giudizio la società di leasing lamentando, in merito al leasing finanziario, la disciplina delle pattuizioni, che determinano la variabilità del corrispettivo, collegato all’indicizzazione, per l’acquisto del bene in leasing, oltre alla violazione dell’art. 117 e delle disposizioni regolamentari, oltre al fatto di aver inserito nel contratto equivoche pattuizioni integranti “contratti derivati’’ senza il rispetto degli obblighi informativi e senza esplicitare, né compensare, i valori finanziari negativi delle componenti derivate. In riferimento al secondo contratto la società altresì lamentava il difetto di forma scritta, chiedendo la restituzione delle somme versate, in misura superiore alla soglia fissata (art. 117 T.U.B. o art. 1284 c.c).

Il Tribunale, ha pertanto ritenuto fondata l’eccezione sull’indeterminatezza della clausola del contratto di leasing immobiliare, laddove la stessa preveda le modalità di variazione futura della misura dei canoni mensili, per effetto di due criteri di indicizzazione, privi di parametri univoci, ricavabili dal contratto. Tale indeterminatezza non può, afferma il Giudice, essere desunta dalla prassi bancaria, perché in ambito bancario, è esclusa l’applicazione degli usi negoziali.

La clausola contrattuale, prevede l’indicizzazione all’andamento del Libor CHF, senza previamente indicare il relativo meccanismo di calcolo e senza la possibilità di ricavare se l’effettiva base temporale sia di 360 o di 365 giorni, in quanto in sua mancanza potrebbero individuarsi, più versioni del piano di ammortamento, diverse come entità e velocità di rimborso del capitale.

L’assenza di tali specifiche, unitamente ad un valido piano di ammortamento allegato al contratto, preclude al cliente la possibilità di determinare nel corso del rapporto i costi collegati a ciascuna scadenza in termini di quota interessi, quota capitale ed ammontare del debito residuo ad ogni scadenza.

Anche il Testo Unico Bancario, agli artt. 116 e 117, impone all’intermediario finanziario il rispetto dell’onere di trasparenza informativa nei confronti del cliente in termini di pubblicità chiara dei tassi di interesse, prezzi ed altre condizioni economiche relative alle operazioni. Tra questi rientra il piano di ammortamento. Esso, infatti, deve essere fornito al cliente in forma idonea a rappresentare le specifiche condizioni economiche del contratto.

Il Giudice ha ribadito quanto sia fondamentale in questo tipo di rapporti il rispetto delle condizioni di trasparenza poste a tutela del cliente dal Testo Unico Bancario e ha quindi ha condannato la società di leasing alla restituzione delle somme indebitamente percepite in favore del cliente.
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TRIBUNALE di PERUGIA: AZIENDA recupera dalla Banca EURO 496.000 per CONDIZIONI ILLEGITTIME NEI CONTI CORRENTI

Nei conti correnti, in mancanza di una espressa e corretta pattuizione delle condizioni economiche, non sono dovuti da parte del cliente interessi ultralegali, interessi anatocistici con capitalizzazione trimestrale e neanche le Commissioni di Massimo Scoperto (C.M.S.), in quanto nulle sia per indeterminatezza che per carenza di ‘‘causa concreta’’.

Con una Sentenza del Tribunale di Perugia (n. 743-17 del 27-04-2017) una Società umbra è riuscita ad ottenere il recupero di circa Euro 496.000 dal momento che la Banca si è resa colpevole di aver applicato nel rapporto di conto corrente tassi d’interesse, commissioni ed altre condizioni economiche illegittime e non preventivamente pattuite tra le parti.

La Società, nell’esercizio della propria attività, aveva aperto 5 Conti Correnti, in forza dei quali la banca aveva concesso un affidamento bancario.

La Società ha citato in giudizio l’istituto di credito con l’accusa di aver concordato condizioni contrattuali illegittime per il tasso di interesse non correttamente pattuito per iscritto, la capitalizzazione degli interessi passivi e le C.M.S.

Il perito nominato dal Tribunale ha evidenziato per tutta la durata dei conti correnti, ed in particolare sul Conto Corrente ordinario sul quale venivano maggiormente addebitate competenze dell’affidamento, l’illegittimità degli addebiti a titolo di interessi ultralegali, commissioni ed anatocismo, oltre all’applicazione di clausole indeterminate ed indeterminabili relativamente alle modalità di applicazione delle C.M.S., senza una chiara specifica su quali importi e per quali periodi venisse effettivamente applicata.

 

Il Tribunale di Perugia ha ricalcolato l’effettivo saldo dei conti correnti, depurato dalle condizioni illegittime, e conseguentemente condannato la Banca alla restituzione di Euro 495.880,06 oltre interessi legali, in favore dell’Azienda.

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