Cessione, Delega o Prestito ESTINTI ANTICIPATAMENTE? Recupera le spese e l’assicurazione!

Se hai acceso in passato una cessione del quinto dello stipendio con tutta probabilità prima della scadenza lo avrai rinegoziato con la sottoscrizione di un nuovo contratto. Questa tipologia di finanziamenti prevede costi molti alti da corrispondere anticipatamente, alla sottoscrizione del contratto, relativi alle spese di assicurazione, alle commissioni finanziarie e di intermediazione, alle spese di istruttoria e agli oneri bancari.

Se il contratto però viene estinto prima della scadenza naturale, rinnovato con una nuova cessione, oppure risolto per licenziamento o morte, è possibile richiedere la restituzione di tutte quelle spese corrisposte anticipatamente per il periodo di cui non si è goduto. La banca erogatrice difficilmente informa il cliente della possibilità di ottenere il rimborso.

È sufficiente esaminare copia del contratto, del conteggio estintivo e della liberatoria di estinzione. Se non disponi di questi documenti, preparerò la richiesta per tuo conto – dietro giusta procura – dell’intera documentazione all’Istituto. È possibile richiedere un rimborso su contratti chiusi fino a 10 anni fa!

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Trib. Bari, Sez. staccata di Rutigliano, 29/10/2008

Si tratta di mutui basati sull’ammortamento “alla francese”, nel quale le rate sono costanti, composte dalla somma di quota capitale (che cresce progressivamente) e quota interessi (che cala al pagamento delle rate) e calcolate con la formula dell’interesse composto (cioé del calcolo di interessi sugli interessi). Sotto la lente sono finiti due mutui aperti a gennaio 1988 (da 350 milioni di lire, decennale, rate semestrali, tasso fisso) e a maggio 1989 (da un miliardo, tasso variabile, decennale, rate semestrali).
Nei due contratti sotto esame, una consulenza tecnica ha dimostrato che la rata era calcolata con la formula dell’interesse composto che non era espressamente indicata dal contratto. La consulenza ha evidenziato un aumento del costo effettivo del contratto dovuta a un tasso effettivo superiore a quello nominale: più erano le rate, più costava il mutuo. I clienti, alla firma dei contratti, non si erano resi conto dell’alto tasso effettivo da pagare perché il tasso nominale annuo era davvero quello indicato per iscritto nel contratto, mentre quello effettivo poteva essere desunto solo dall’esame del piano di ammortamento. Invece di un tasso del 13% sul mutuo da 350 milioni di lire, i clienti pagavano un tasso effettivo annuale del 14,276 per cento.
Il magistrato ha accolto la richiesta dei clienti del Banco di Napoli. Il giudice ha affermato che il calcolo dell’interesse nel piano di ammortamento deve essere trasparente ed eseguito secondo le regole matematiche dell’interesse semplice e non di quello composto utilizzato appunto nell’ammortamento “alla francese”. Il Codice Civile richiede il calcolo dell’interesse giorno per giorno (articolo 820/821), non può essere applicato quello composto se non nei limiti dell’articolo 1.283 che prevede che il patto anatocistico (cioé di capitalizzazione composta) sia successivo alla maturazione dell’interesse e mai precedente, come invece accade nell’ammortamento “alla francese”. La banca, che utilizza nel contratto questo tipo di capitalizzazione, viola non solo l’articolo 1.283 del Codice Civile ma anche l’articolo 1.284 che, in caso di mancata determinazione e specificazione o di incertezza (tra tasso nominale contrattuale e tasso effettivo del piano di ammortamento allegato al contratto), impone l’applicazione del tasso legale semplice e non quello ultralegale, indeterminato o incerto.
I risparmiatori hanno ottenuto l’annullamento parziale dei contratti di mutuo per violazione della buona fede nella conclusione ed esecuzione dei contratti e per difformità tra tasso contrattuale (indicato agli atti) e quello effettivo di ammortamento. I piani di ammortamento sono stati ricalcolati al tasso legale di volta in volta in vigore, con l’eliminazione dell’anatocismo, determinando una quota interessi inferiore a quella pagata
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IL PIANO DI AMMORTAMENTO ALLA FRANCESE GENERA ANATOCISMO – TRIBUNALE DI LUCCA SENT. DEL 10 MAGGIO, 2018. EST. MANCINI

Il finanziamento la cui rata di rimborso viene costruita con la tecnica del piano di ammortamento alla francese, genera “anatocismo”

Nel caso di specie la parte Attrice chiedeva la rideterminazione del rapporto dare-avere tra le parti in relazione al superamento del tasso soglia ed alla nullità ed inefficacia della clausola contrattuale della capitalizzazione degli interessi relativi al contratto di finanziamento.

Il Consulente d’ufficio incaricato nella propria relazione peritale, dimostra che la banca opposta a fronte di un TAN pari al 9% ha effettivamente applicato un TAE del 9,381%.

Premettiamo che il tasso annuo nominale in capitalizzazione composta (ossia tenendo conto della liquidazione periodica degli interessi), assume per effetto della stessa, un costo maggiore, il quale si concretizza nel tasso annuo effettivo (il costo in termini percentuali che il debitore sostiene per effetto della capitalizzazione composta dell’interesse).

Lo stesso Consulente di fatti, contesta l’applicazione del tasso applicato dall’istituto di credito, asserendo che per ottenere un tasso annuo del 9%, la banca avrebbe dovuto direttamente applicare un tasso mensile pari al 0,7207% .

Pertanto  l’Organo Giudicante accetta la rideterminazione del rapporto dare-avere tra le parti, facendo predisporre la rimodulazione del debito al tasso legale e senza alcuna capitalizzazione.

“(…) a fronte della correttezza e condivisibilità delle osservazioni e dei calcoli del CTU, si apprezzano i presupposti per il parziale accoglimento dell’opposizione, con revoca del decreto ingiuntivo “

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Anatocismo Sui Mutui

Si parla di anatocismo sui mutui quando la banca che ha concesso il prestito opera una capitalizzazione degli interessi. L’anatocismo è vietato dall’ordinamento giuridico vigente, ma con qualche eccezione.

In linea di principio, in base a quanto stabilito nell’articolo 1283 del Codice Civile, l’anatocismo bancario è consentito solo in relazione a interessi scaduti da almeno sei mesi e in presenza di una domanda giudiziale o di una convenzione posteriore alla scadenza. La disciplina dell’anatocismo sui mutui è definita in dettaglio dalle norme contenute nella Deliberazione del 9 febbraio 2000 del CICR, applicabile ai mutui sottoscritti a partire dal 1 luglio 2000.

L’articolo 3 della delibera, riguardo ai finanziamenti con piano di rimborso rateale, stabilisce che, in caso di mancato pagamento delle rate nei termini concordati, la banca possa applicare gli interessi di mora sull’intero importo della rata. Dal momento che il piano di ammortamento di un mutuo prevede il pagamento di rate che includono il rimborso di una quota di capitale e di una quota di interessi, questa norma rende di fatto possibile la capitalizzazione degli interessi. Nel calcolo degli interessi di mora, quindi, gli interessi inclusi nella rata finiranno con il produrre altri interessi.

L’anatocismo sui mutui consiste generalmente nel calcolo di interessi di mora su rate già scadute (fisse o variabili) in cui è compresa la quota di interessi, quando invece questo calcolo dovrebbe essere fatto solo sulla quota di capitale; oppure su alcuni piani di ammortamento come quello del mutuo “alla francese” che nasconde la capitalizzazione degli interessi.

Restituzione interessi su Mutuo

La sentenza della Cassazione n. 2593/2003 su restituzione interessi mutuo (preceduta dalla sentenza n. 5286/2000 della Corte di Cassazione, su interessi anatocistici sullo scoperto di conto corrente) stabilisce infatti che il regime di capitalizzazione composta – cioè il calcolo di interessi su interessi – non è applicabile al contratto di mutuo.

Il fondamento, che si trova nel codice civile, all’articolo 1283, stabilisce infatti che tali interessi anatocistici possono essere calcolati solo in presenza di domanda giudiziale o convenzioni successive, e quindi non nel contratto stesso di mutuo, come indicato nelle recenti sentenze sull’anatocismo, per cui le somme indebitamente trattenute dalla banca devono essere restituite.

La capitalizzazione degli interessi del mutuo è possibile per un periodo limitato di tempo, compreso tra la scadenza della rata e il momento del pagamento. L’anatocismo sul mutuo è possibile solo a patto che sia espressamente indicato in forma scritta nel contratto di finanziamento. Inoltre, la banca è tenuta al rispetto dei limiti rappresentati dalla soglia anti-usura: nel complesso, la combinazione di tassi di interesse del mutuo e tassi di interesse di mora non può superare i limiti fissati dalla legge.

Una forma comune di anatocismo mutui si ha sui piani di ammortamento “alla francese”. Con questa dicitura si indica il fatto che ad ogni rata di importo fisso corrisponda una parte, detta “quota di capitale”, ed una “quota interessi” calcolata sul capitale non ancora restituito alla banca.

Per determinare le quote capitale e interesse che formano ogni rata si usa una formula della matematica attuariale che determina per rate successive una quota capitale via via crescente ed una quota interessi decrescente, che si sommano a formare un importo costante (rata fissa).

Diverse sentenze hanno avvalorato la tesi che il mutuo alla francese porta ad anatocismo poichè capitalizza gli interessi in modo che gli interessi effettivi versati dal cliente della banca siano in modo “nascosto” maggiori di quelli stabilite con il TAN (Tasso Annuo Nominale) indicato nel contratto.

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Tribunale di Torino: Il tasso leasing risulta irregolare – cliente della banca recupera euro 70.000 di interessi

La Corte di Appello di Torino, tramite la Sentenza n. 699/2018 del 16/4/18, conferma l’applicazione dell’art. 117 TUB, che prevede, nel caso in cui un Istituto di credito dichiari un tasso leasing errato in contratto, il ricalcolo degli interessi ai minimi tassi BOT, il che comporta una restituzione al cliente pari al 60/70% degli interessi effettivamente pagati.

La decisione è giunta in occasione della causa incardinata da un cliente presso il Tribunale di Torino, già vinta in primo grado di giudizio ed appellata dalla banca. Il cliente lamentava un tasso leasing non corretto inserito nel contratto di locazione finanziaria stipulato tra le parti in data 22 luglio 2010.

Nel caso di specie le condizioni economiche inserite nel contratto riportavano un tasso leasing del 3,743% ma – come confermato anche dalla perizia del Consulente Tecnico del Tribunale – esso corrispondeva in realtà al TAN (tasso annuo nominale) e non al tasso leasing.

La differenza tra i due tassi risiede nel fatto che il TAN è un tasso espresso su base annua e non tiene conto della frequenza dei pagamenti, mentre il tasso leasing (o Tasso Interno di Attualizzazione) è un tasso che diventa maggiore nel caso in cui i pagamenti hanno frequenza infra-annuale.

Il Tasso Interno di Attualizzazione varia in base alla periodicità dei canoni ed aumenta al crescere delle scadenze periodiche infra-annuali.

Per tali ragioni si potrebbe equiparare il TAN al Tasso Interno di Attualizzazione solo nel caso limite di un’unica rata annuale, che non è il caso che ci occupa in quanto il leasing in oggetto aveva rate mensili.

Per questo, il tasso leasing ricalcolato dal CTU è risultato divergente, e precisamente il tasso effettivo risulta pari al 3,808% in luogo del 3,743% dichiarato dalla banca.

La non corretta indicazione del tasso leasing in contratto, se pur minima, a discrezione del Collegio giudicante non può essere trascurata perché – se pur non configuri una mancata pattuizione del tasso contrattuale – rappresenta in ogni caso una violazione dell’art. 117 TUB (non soggetta a libera interpretazione da parte del Giudice) con conseguente applicazione degli interessi calcolati ai tassi minimi BOT (Buono Ordinario del Tesoro).

Pertanto, l’Appello proposto dall’Istituto di credito avverso la decisione di primo grado è stato respinto, ed il cliente si è visto confermare il diritto alla rideterminazione degli interessi e dunque alla restituzione di Euro 70.270. Sono rimaste a carico della banca anche le spese di giudizio pari ad Euro 9.515.

Ogni volta che un contratto di leasing riporta un tasso leasing inferiore a quello effettivo, si fornisce una informazione non corretta e fuorviante al cliente e, pertanto, sanzionabile.

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Errata indicazione dell’ISC: Cliente recupera 45.000 € di interessi sul MUTUO

Ottiene la restituzione – da parte della Banca – di una parte degli interessi pagati sul mutuo – e precisamente Euro 45.395,60 – a causa dell’errata indicazione dell’ISC (Indicatore sintetico di costo) all’interno del contratto di mutuo stipulato tra le parti in data 31 maggio 2007.

Il Tribunale di Ancona, con Sentenza n. 889/2018 del 31/05/2018, ha approfittato del caso di specie per definire chiaramente l’importanza che riveste, nei contratti bancari, l’ISC (anche conosciuto come TAEG). Si tratta di un parametro economico che ha la funzione di indicare il reale costo del finanziamento che il cliente intende sottoscrivere perché, nel suo calcolo, devono essere presi in considerazione tutti i costi connessi all’erogazione del credito.

In base alla normativa sulla trasparenza bancaria, gli intermediari devono sempre rendere noto l’ISC, a pena di illecito, poiché si tratta di un contenuto obbligatorio del contratto.

Il Giudice di Ancona, in corso di dissertazione, ha poi specificato che – nel caso in cui vi sia la mancanza dell’ISC in un contratto, quest’ultimo debba ritenersi nullo per mancanza di requisiti minimi di trasparenza voluti dal legislatore.

Diversamente, nel caso in cui l’ISC venga pubblicizzato dalla Banca ma in maniera non corretta, ovvero difforme rispetto al valore reale ricalcolato secondo normativa, il cliente ha diritto di ottenere un risarcimento calcolato in base a quanto stabilito al comma 6 dell’art. 117 TUB (mediante il ricalcolo degli interessi contrattuali ai tassi BOT annuali emessi nei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto).

Il cliente aveva stipulato un mutuo con la Banca ma, nel far verificare le condizioni contrattuali ivi applicate, ha appreso della difformità dell’ISC dichiarato dalla Banca in contratto con quello effettivo.
Sostanzialmente, stava pagando un mutuo ben più caro di quanto gli fosse stato prospettato.

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Udine: usura e anatocismo sui conti correnti e azienda recupera € 40.000 dalla banca

Un’Azienda di Udine ha recuperato somme ed oneri illegittimamente pagati alla Banca sui propri conti correnti affidati, è riuscita in poco più di un anno a recuperare la somma di Euro 40.000 a fronte di un importo inizialmente contestato di Euro 60.000.

Il rapporto con la Banca era iniziato nel 2011 e terminato poco dopo, a fine 2013. Nonostante ciò, l’affidamento concesso dalla Banca ed utilizzato dalla Società è stato importante, così come importanti sono risultati gli interessi pagati trimestralmente dall’Azienda a fronte della messa a disposizione del fido.

Proprio l’entità degli interessi pagati ha fatto insospettire l’Azienda.

Diverse le criticità legate ai due conti correnti, soprattutto a causa dell’applicazione di tassi usurari in diversi trimestri e l’assenza di una valida pattuizione delle condizioni economiche al momento dell’apertura del rapporto.

La Banca, in corso di causa, ha ripreso in considerazione l’ipotesi negoziale, giungendo ad offrire un rimborso in favore del Cliente pari ad Euro 40.000. L’accordo è stato dunque raggiunto e l’Azienda del Friuli Venezia Giulia ha ottenuto il giusto ristorno.


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Cassazione Civile, Sezioni Unite sul computo della commissione di massimo scoperto ai fini usura

Cassazione Civile, Sezioni Unite, 20 giugno 2018, n. 16303 – Pres. Mammone, Rel. De Chiara

Con riferimento ai rapporti svoltisi, in tutto o in parte, anteriormente all’entrata in vigore del cit. D.l. n. 185/2008 art. 2, ai fini della verifica del superamento del tasso soglia dell’usura presunta – come determinato ex Legge n. 108/1996 – va effettuata la separata comparazione del tasso effettivo globale d’interesse praticato in concreto e della commissione massimo scoperto (CMS) eventualmente applicata, rispettivamente con il tasso soglia e con la “CMS soglia”; quest’ultima calcolata aumentando della metà la percentuale della CMS media indicata nei Decreti ministeriali emanati ai sensi della Legge n. 108/1996. Si va poi a compensare l’importo dell’eventuale eccedenza della CMS concretamente praticata, rispetto a quello rientrante nella soglia, con il “margine” degli interessi eventualmente residuo, pari alla differenza tra l’importo degli stessi rientrante nella soglia di legge e quello degli interessi concretamente praticati.

Tale commissione nella tecnica bancaria viene definita come il corrispettivo pagato dal cliente per compensare l’intermediario dell’onere di dover essere sempre in grado di fronteggiare una rapida espansione nell’utilizzo dello scoperto del conto.
Tale compenso – che di norma viene applicato allorché il saldo del cliente risulti a debito per oltre un determinato numero di giorni – viene calcolato in misura percentuale sullo scoperto massimo verificatosi nel periodo di riferimento.
Orientamenti contrastanti
Il contrasto rilevato in proposito, e sottoposto alle Sezioni Unite, è insorto tra la Seconda sezione penale e la Prima sezione civile.

Il primo orientamento (Seconda sezione penale) predica in particolare, che visto il chiaro tenore letterale dell’art. 644 c.p., sono rilevanti – agli effetti del superamento del tasso soglia di usura – tutti gli oneri sopportati dall’utente in connessione all’uso del suo credito. E tra di essi rientra indubbiamente anche la commissione massimo scoperto, trattandosi di un costo indiscutibilmente collegato all’uso del credito.

Il secondo orientamento (Prima sezione civile) ha invece escluso che, per il periodo precedente l’entrata in vigore del citato D.l. 185/2008 art. 2, dunque non retroattivo, possa tenersi conto delle commissioni massimo scoperto ai fini della verifica del superamento concreto del tasso soglia dell’usura presunta.

Principio di diritto
Alla luce di quanto rilevato, le Sezioni Unite hanno dunque espresso il seguente principio di diritto:

affinché le CMS abbiano rilievo riguardo l’usura nei conti correnti e nelle aperture di credito in conto corrente, è necessario un duplice raffronto: per un verso le CMS effettivamente addebitate devono essere superiori alle CMS soglia usura (CMS pubblicate nei DM +50%); per altro verso ove sia stato riscontrato un superamento, l’importo addebitato a titolo di CMS deve altresì eccedere il limite dei cosiddetti interessi “margine”.

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Trib. Pesaro 5/11/2015 e 5/07/2016

Trib. Pesaro 5/11/2015 e 5/07/2016

5/11/2015, Giudice Davide Storti afferma
“L’applicazione di un tasso sopra i limiti di soglia determina ex Art. 1815 cc l’impossibilità di riconoscere all’istituto di credito, in relazione al contratto del 17.2.2006, alcun interesse. La disposizione di cui all’art. 1815 cc, comma 2, è chiara ed ha certamente natura sanzionatoria, per cui va applicata come conseguenza del superamento, per qualsiasi causa o motivo, del tasso di soglia legale, a prescindere dalla liceità del tasso degli interessi corrispettivi promessi”.
N° 527 del 5/07/2016, Giudice Davide Storti afferma
“Il calcolo infine va fatto ex ante e sulla base di quanto pattuito al momento della stipulazione del contratto, come sopra affermato dalla sentenza della Cassazione n 350\2013. … Le argomentazioni della convenuta, fatte proprie anche dal CTU, circa la diversa natura degli interessi corrispettivi e di quelli moratori avrebbero un senso se nel contratto non fosse previsto, nel caso di inadempimento, la sommatoria dei due tassi. … L’Applicazione di un tasso sopra i limiti del tasso soglia determina ex art. 1815 cc l’impossibilità di riconoscere all’istituto di credito alcun tipo di interesse”


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PAVIA: DA DEBITORE DI € 170.000 DIVENTA CREDITORE DELLA BANCA DI € 150.000

Un’azienda del nord Italia ha recuperato TUTTI gli interessi illegittimamente pagati sul conto corrente intrattenuto da oltre venti anni con un primario istituto di credito italiano! E non solo…

Infatti, con Sentenza n. 964/2018 del 5 giugno 2018, il Tribunale di Pavia ha annullato il debito di €170.000 che il cliente aveva nei confronti della Banca, ma ha inoltre disposto – in favore del cliente – la restituzione di ulteriori €150.000 a titolo di risarcimento degli interessi ed oneri illegittimi.

Il beneficio economico complessivo in favore dell’azienda è stato pari ad Euro 320.000.

Il Giudice ha ravvisato la presenza di molteplici irregolarità sul rapporto di conto corrente, risalente agli anni novanta, in essere tra la Banca e la società.
La Banca aveva stipulato un contratto di conto corrente nullo, in quanto privo di elementi fondamentali quali la pattuizione di regolari commissioni di massimo scoperto (CMS) ed interessi ultralegali non validi, ossia interessi non pattuiti in maniera univoca e certa.

Inoltre, la Banca ha praticato anatocismo per tutta la durata del rapporto attraverso una tecnica di capitalizzazione degli interessi scorretta che – secondo la giurisprudenza largamente condivisa dai Tribunali italiani – è sanzionabile.

Tutto quanto sopra considerato, il Giudice ha chiesto al perito del Tribunale (CTU) di depurare il conto corrente delle somme pagate in maniera illegittima dal cliente, ed il risultato è stato sorprendente.

Non solo il cliente ha annullato il debito, OTTENENDO L’AZZERAMENTO DEL SALDO NEGATIVO di Euro 170.000 sul proprio conto, ma è diventato addirittura creditore nei confronti della Banca! Il Giudice ha infatti disposto che sul conto oggetto di contenzioso venga annotato un SALDO POSITIVO di Euro 150.103,70 in favore dell’azienda.

Ne è risultato un beneficio economico complessivo per il cliente di oltre Euro 320.000 (170000+150000).

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Nullità delle fideiussioni predisposte sullo schema ABI

Il fideiussore, invocando la suddetta nullità, potrà opporsi ad ingiunzioni di pagamento, ad esecuzioni immobiliari, oltre a richiedere il risarcimento del danno da condotta illecita in aggiunta a quello derivante da illegittima segnalazione in Centrale rischi.

La fideiussione all’esame della Corte veneziana era la cosiddetta omnibus cioè la garanzia personale utilizzata dal sistema bancario per “coprire” tutte le obbligazioni che, a partire dall’avvio del rapporto, faranno carico ad un determinato debitore; unico limite è la previsione di un massimale predeterminato ( così l’art. 1938 c.c.).

Le garanzie in questione venivano acquisite per mezzo di contratti con clausole assolutamente standard comuni a tutto il sistema bancario (tanto che venivano denominate: Norme Bancarie Uniformi – NBU). Esse erano predisposte dall’ABI ed utilizzate, tali e quali, da tutte le banche.

La Banca d’Italia che all’epoca svolgeva la funzione di autorità antitrust nei confronti del sistema bancario, ravvisando che la prassi di determinare in sede associativa bancaria il contenuto del contratto di fideiussione integrasse un’ipotesi di intesa restrittiva della concorrenza ai sensi della legge 287/ 1990, aveva imposto l’abolizione di alcune clausole ritenute particolarmente onerose e lesive della concorrenza.

Il provvedimento con cui la Banca d’Italia aveva chiuso questa istruttoria relativa ai moduli di fideiussione in uso presso il sistema bancario era del 2 maggio 2005.

Ebbene, nel febbraio 2005 e, dunque, anteriormente al citato provvedimento della Banca d’Italia, una società di capitali aveva chiesto delle facilitazioni creditizie ad una banca che le aveva concesse acquisendo, a garanzia, la fideiussione di due persone all’evidenza nel testo contenente anche le clausole valutate contrarie alla libertà concorrenziale.

Nel corso del rapporto – evidentemente per problemi di andamento della società – la banca aveva revocato gli affidamenti ed ottenuto un decreto ingiuntivo sia nei confronti della società che dei garanti.

Uno di questi aveva, però, promosso, avanti alla Corte di Appello di Venezia, all’epoca competente ai sensi dell’art. 33 della legge antitrust , un’azione volta a far valere la nullità del contratto di fideiussione (oltre al risarcimento del danno conseguente alla illegittima iscrizione del ricorrente alla Centrale rischi) attesa la presenza, in detto contratto, di clausole valutate non conformi alla normativa sulla libertà di concorrenza.

La Corte territoriale aveva respinto la domanda sostenendo “la nullità dei contratti stipulati successivamente alla pronuncia del controllore pubblico, ove non derogato dall’istituto di credito in specifiche fattispecie negoziali”, ma la Cassazione ribalta il punto di vista ritenendo che una volta identificata dall’Autorità un’intesa lesiva rientreranno in essa non solo i contratti successivi, ma anche quelli precedenti.

In sostanza, se quell’intesa c’era già prima del pronunciamento dell’Autorità antitrust, i negozi eseguiti nell’ambito di essa ne costituiscono la realizzazione e sono soggetti alla nullità.

Secondo chi scrive la suddetta decisione induce dubbi molto seri sulla validità delle fideiussioni acquisite dalle banche prima del maggio 2005 su moduli preesistenti e, dunque, in difformità dal provvedimento Banca d’Italia. Si ritiene altresì che dette garanzie siano tutt’ora esistenti in cospicuo numero presso gli istituti e che, se così è, dovremmo attenderci, da parte di questi, l’avvio di un attività di aggiornamento pena il più che probabile successo delle contestazioni proponibili dai garanti.

 

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Errata segnalazione alla Centrale Rischi: diritto al risarcimento del danno

La Centrali dei Rischi è un sistema informativo gestito dalla Banca d’Italia. La funzione della Centrale dei Rischi è quella di dare informazioni a tutti gli intermediari del settore creditizio riguardo l’affidabilità di un cliente.

Ad esempio le banche devono comunicare tutti i seguenti dati: il tipo di credito: (prestito personale, mutuo fondiario, ipotecario, ecc..ecc…) la fase del credito (accordato, utilizzato, garantito, richiesto) la data inizio, la data di fine, la periodicita’ dei rimborsi: (per esempio mensile), il numero totale rate, l’importo della rata, le rate residue, le rate scadute e non pagate, l’importo scaduto e non pagato, il dettaglio dell’andamento dei pagamenti (ad es. i ritardi di pagamento) il numero massimo di rate pagate con ritardo ed infine il mese dal quale i pagamenti sono regolari.

Le banche possono poi indicare lo stato del finanziamento degli ultimi 12 mesi mediante un’apposita segnalazione: ad esempio viene segnalato il cliente quando le rate sono state pagate parzialmente (salvo che l’acconto sia maggiore del 50% dell’importo della rata), oppure se il finanziamento è stato ceduto dall’Istituto ad una società di recupero crediti.

Le banche, ovviamente sono obbligate a segnalare anche il risanamento della posizione. L’Istituto, che segnala una sofferenza, cioè, comunica l’adempimento totale o parziale dei pagamenti relativi al finanziamento. E ciò avviene anche rispetto ad un credito ceduto, quando il debitore dimostra di avere adempiuto al pagamento presso la società di recupero crediti.

Che tipo di danno risarcisce la Banca?

Il giudice è chiamato a verificare se la banca sia stata responsabile di una segnalazione errata e/o illegittima. Accertata tale responsabilità certamente il cliente segnalato avrà diritto al risarcimento del danno sia patrimoniale che morale subito.

Una segnalazione illegittima determina innanzitutto un danno morale da immagine e da reputazione poiché nel sistema creditizio bancario il nome del cittadino/imprenditore segnalato è associato all’immagine di “cattivo pagatore”. In tali casi si è parlato di violazione di diritti soggettivi assoluti riconosciuti dalla Carta Costituzionale, da cui discende il riconoscimento di un risarcimento rimesso alla valutazione equitativa dei giudici.

Inoltre a seguito di una segnalazione alla Centrale Rischi avviene quasi sempre che altre banche chiedono il rientro immediato delle loro posizioni di credito oppure rifiutino le richieste di finanziamento del cittadino perché già segnalato. La perdita di potere economico conseguente a tali vicende costituisce il danno patrimoniale subito che i giudici sono chiamati a riconoscere.

E’ opinione comune, ormai, che il danno morale possa essere quantificato in via equitativa [Art. 1226 Cod.civ] perché si ritiene si tratti di un danno in re ipsa.

 

Più rare sono le pronunce dei Tribunali che hanno ritenuto risarcibile in via equitativa anche il danno di natura patrimoniale[Tribunale Mantova sentenza del 27.05.2008].

In tema di liquidazione equitativa dei danni il giudice dovrà tener conto di almeno 3 criteri: 1) la gravità della colpa della banca segnalante; 2) la durata della segnalazione; 3)l’ammontare del debito insoluto segnalato.

In passato la misura del risarcimento equitativo si è collocata in una forbice tra i 500 ed i 5.000 Euro per un importo segnalato di € 13,38 per la durata di mesi 10 [Arbitro Bancario Finanziario Milano Decisione n. 5947/2014 del 15 settembre 2014], oppure nella misura di un terzo dell’importo illegittimamente segnalato[Tribunale Venezia n° 1701/20096 del 17.06.2009].

Si può ottenere il risarcimento del danno successivamente ad un’illegittima segnalazione centrali rischi? La risposta ovviamente è si.

Sono risarcibili sia danni materiali che danni morali. La prova del danno materiale spetta a colui che lamenta il danno. Si pensi al rifiuto di un mutuo, dove la causa principale sia stata la segnalazione illegittima in Banca d’Italia. Bisognerà produrre i documenti dai quali si evince che tale segnalazione ha giocato un ruolo determinante nella concessione del mutuo. Ad esempio, la mancata concessione ha fatto sfumare all’imprenditore un affare dal quale avrebbe potuto trarre € 50.000. Tutti questi fatti devono essere provati in giudizio. Oltre al danno morale è possibile ottenere anche il risarcimento del danno morale, generalmente quantificato in via equitativa dall’organo giudicante.

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Tribunale di Bari: Ordinanza 18/10/2016 – R.G. 7961/2016

Tribunale di Bari: Ordinanza 18/10/2016 – R.G. 7961/2016

Sospensione dell’esecuzione:

“.. La riconduzione anche della commissione per l’estinzione anticipata del mutuo tra i costi valutabili nel complessivo giudizio di usurarietà dell’operazione finanziaria, in aggiunta al tasso di interessi corrispettivo, discende da un ragionamento analogo a quello compiuto dalla giurisprudenza di merito e di legittimità in ordine alla usurarietà degli interessi di mora, anch’essi di natura eventuale …”.

 

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Normativa Usura bancaria – Legge N° 108/1996

Normativa Usura – Legge N° 108\1996:

  1. Il comma 1° dell’Art. 644  C. P. in base al quale  “ Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 643, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari…”
  2. Il comma 4° dell’Art. 644 C. P. in base al qualePer la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito”;
  3. l comma 1° dell’Art. 1 della legge N° 24 del 28\2\2001 in base al quale “ Ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”;
  4. Il comma 4° dell’Art. 2 della legge N° 108\1996 in base al qualeIl limite previsto dal terzo comma dell’articolo 644 del codice penale, oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, è stabilito nel tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ai sensi del comma 1 relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato della metà (n.d.e. sino al 12\5\2011) aumentato di un quarto (25%), cui si aggiunge un margine di ulteriori quattro punti percentuali. La differenza tra il limite e il tasso medio non può essere superiore a otto punti percentuali(n.d.e. dal 13\5\2011)
  5. Il comma 2° dell’Art.  1815 C. C. in base al quale “”Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.

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CAGLIARI, PRESTITO PERSONALE: CLIENTE OTTIENE LA RESTITUZIONE DI EURO 9.000 DI INTERESSI PAGATI

Il contratto dell’anno 2011 era inficiato di diverse irregolarità legate alla corretta indicazione del Tasso Annuo Effettivo Globale (TAEG), vale a dire il tasso che indica il costo complessivo del finanziamento sottoscritto tra le parti.

Il cliente, attraverso l’invio di un formale reclamo all’istituto di credito, hanno dimostrato le anomalie emerse sul finanziamento e chiesto in favore del cliente la restituzione degli interessi ingiustamente pagati sullo stesso.

Come nella maggior parte dei finanziamenti  è emerso che il TAEG contrattuale indicato dalla Banca non è risultato corretto perché non rispondente al reale tasso pagato dal cliente.

Dopo circa 2 mesi dall’invio del reclamo, i referenti dell’istituto di credito hanno proposto una soluzione bonaria della vertenza. Le trattative che si sono susseguite ed hanno permesso al cliente di recuperare la somma di Euro 9.000, attraverso la sottoscrizione di un accordo in via stragiudiziale.

È dunque importante verificare la regolarità dei finanziamenti sottoscritti in quanto spesso risulta che il mancato inserimento nel calcolo del TAEG di tutti i costi connessi al contratto di credito ed obbligatori per la sua accensione, soprattutto i costi relativi alle polizze assicurative, comportano una errata indicazione del tasso in contratto. Anche una non completa contrattualista, validamente sottoscritta, può essere fonte di responsabilità della banca e dunque oggetto di reclamo.

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Tribunale di Bari II sez. Civ. 24/08/2015 + 12/01/2016 (R.G.E. 572/12) + 18/10/2016 (R.G. 7961/2016)

Tribunale di Bari II sez. Civ. 24/08/2015.

            Il G.E. osserva che “… la richiesta di sospensione dell’esecuzione è fondata e meritevole di accoglimento considerato che: le clausole di determinazione degli interessi moratori contenute nei due contratti di mutuo posti a base dell’esecuzione in esame … devono ritenersi nulle in quanto, considerando anche le spese e le commissioni per anticipata risoluzione dei contratti, gli interessi pattuiti superano il tasso soglia; conseguentemente non sono dovuti gli interessi ai sensi dell’art. 1815, II° co. c.c. e le somme ad oggi versate dall’opponente devono essere imputate soltanto a titolo di restituzione della sorte capitale e che lo stesso è tenuto per i ratei di mutuo futuri depurati degli interessi; ulteriore conseguenza è che la banca non poteva avvalersi della clausola risolutiva espressa non essendosene verificati i presupposti e che, dunque, il credito azionato dalla banca opposta in via esecutiva non è esigibile”.

 

Tribunale di Bari depositata il 12/01/2016 – R.G.E. 572/12,

            disponente la sospensione dell’esecuzione.  Il G.E. osserva che “… la richiesta di sospensione dell’esecuzione ….. è fondata e deve essere accolta considerato che ….. ai fini dell’accertamento dell’usurarietà di un mutuo deve aversi riguardo al tasso previsto per gli interessi moratori nonché ogni altra spesa e commissione (quindi le spese di istruttoria, eventuali assicurazioni stipulate a garanzia del finanziamento, commissioni per anticipata risoluzione del contratto e così via) il mutuo di cui è causa deve ritenersi gratuito ai sensi dell’art. 1815 cod. civ., gratuità non esclusa dalla clausola di salvaguardia eventualmente prevista nel contratto di mutuo la quale, per quanto sopra detto non è idonea ad escludere il carattere usurario del mutuo e quindi la sua gratuità …”.

 

Tribunale di Bari, Ordinanza depositata il 18/10/2016 – R.G. 7961/2016,

            disponente la sospensione dell’esecuzione, nella quale si legge che “.. La riconduzione anche della commissione per l’estinzione anticipata del mutuo tra i costi valutabili nel complessivo giudizio di usurarietà dell’operazione finanziaria, in aggiunta al tasso di interessi corrispettivo, discende da un ragionamento analogo a quello compiuto dalla giurisprudenza di merito e di legittimità in ordine alla usurarietà degli interessi di mora, anch’essi di natura eventuale …”.

 

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Commissione per estinzione anticipata: Tribunale di Pescara e Bari

Tribunale di Pescara 28/11/2014

che pone in evidenza che “la mora e la penale per estinzione anticipata possono essere tra loro accomunate in quanto entrambe rappresentano un costo del mutuo erogato, seppure solo incerto e potenziale circa il verificarsi in concreto, atteso che entrambe dipendono da un fatto del mutuatario. …… Premesso, quindi, che la ratio del legislatore si riscontra nella necessitò di contenere i tassi anomali, in armonia alle più recenti mentovate statuizioni della giurisprudenza di legittimità, deve ritenersi che assumono rilevanza ai fini della disciplina anti-usura e del superamento del tasso soglia a qualsiasi onere collegato alla erogazione del credito e, quindi anche al costo pattuito per la estinzione anticipata del mutuo”.

 

Tribunale di Bari II sez. Civ. 01/12/2014

che pone in evidenza che la Commissione per estinzione anticipata “… sebbene sia determinata in misura percentuale sul capitale residuo, ai fini dell’accertamento dell’usurarietà del tasso il calcolo deve essere operato con riferimento al capitale concesso a mutuo dovendosi aver riguardo al momento in cui le condizioni contrattuali vengono pattuite, così come prescrive la legge, considerato anche che in ipotesi ben può accadere che l’estinzione anticipata venga richiesta a distanza di qualche giorno dalla conclusione del contratto. La necessità di cumulare gli interessi moratori con la commissione di estinzione anticipata appare vieppiù evidente nel caso di specie in cui tale commissione per contratto è dovuta anche in caso di risoluzione per inadempimento del mutuatario”;

 

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CASSAZIONE n.46669, n.14899, n.5286, n.6015 (ANTIUSURA)

19\12\2011, N° 46669, disponente a pag. 16, che:

“Le circolari  e le istruzioni della Banca d’Italia non rappresentano una fonte di diritti ed obblighi e nella ipotesi cui gli istituti bancari si conformino ad una erronea interpretazione fornita dalla Banca D’Italia in una circolare, non può essere esclusa la sussistenza del reato sotto il profilo dell’elemento oggettivo. Le circolari o direttive, ove illegittime ed in violazione di legge, non hanno efficacia vincolante per gli istituti bancari sottoposti alla vigilanza della Banca D’Italia, neppure quale mezzo di interpretazione, trattandosi di questione nota nell’ambiente del commercio che non presenta in se particolari difficoltà, stante anche la quantificazione soggettiva degli organi bancari e la disponibilità di strumenti di verifica da parte degli istituti di credito”.
Alla successiva pagina 17, la stessa Corte continua affermando che “Appare pertanto illegittimo lo scorporo dal TEGM della CMS ai fini della determinazione del tasso usuraio, indipendentemente dalle circolari e istruzioni impartite dalla Banca D’Italia al riguardo. In termini generali, quindi, l’ignoranza del tasso di usura da parte delle banche è priva di effetti e non può essere invocata quale scusante, trattandosi di ignoranza sulla legge penale (art. 5 c.p.)”.

 

Cassazione I Sez. Civile N° 14899 del 17\11\2000 e N° 5286/2000 del 2\4\2000 in tema di Interessi di Mora ed Usura  che afferma…

Tuttavia, non v’è ragione per escluderne l’applicabilità anche nell’ipotesi di assunzione dell’obbligazione di corrispondere interessi moratori, risultati di gran lunga accedenti lo stesso tasso soglia: va rilevato, infatti, che la legge n. 108 del 1996 ha individuato un unico criterio ai fini dell’accertamento del carattere usurario degli interessi (la formulazione dell’art. 1, 3 comma, ha valore assoluto in tal senso) e che nel sistema era già presente un principio di omogeneità di trattamento degli interessi, pur nella diversità di funzione, come emerge anche dell’art. 1224, 1 comma, cod. civ., nella parte in cui prevede che se prima della mora erano dovuti interessi in misura superiore a quella legale, gli interessi moratori sono dovuti nella stessa misura

 

Cassazione pen. 12 maggio 1999, n. 6015:

Significativamente la Suprema corte ha sempre detto che “Il [nuovo] delitto di usura si configura come reato a schema duplice, costituito da due fattispecie: una è caratterizzata dal conseguimento del profitto illecito, l’altra dalla sola accettazione del sinallagma ad esso preordinato. Le fattispecie sono destinate strutturalmente l’una ad assorbire l’altra con l’esecuzione della pattuizione usuraria ed hanno in comune l’induzione del soggetto passivo alla pattuizione di interessi od altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra “utilità”. Nella prima fattispecie il verificarsi dell’evento lesivo del patrimonio altrui si atteggia … ad elemento costitutivo dellillecito il quale, nel caso di integrale adempimento dell’obbligazione usuraria, si consuma con il pagamento del debito; nella seconda, che si verifica quando la promessa del corrispettivo, in tutto o in parte, non viene mantenuta, il reato si perfeziona con la sola accettazione dell’obbligazione rimasta inadempiuta”.

 

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CASSAZIONE n.12028 e n.33331 (ANTIUSURA)

19\2\2010, N° 12028, disponente, che:

le circolari emanate dalla Banca D’Italia hanno solo funzione “fotografica”  dei tassi medi (cfr. pag. 10 e non determinativa dei Tassi Usurari.

 

8\9\2011, N° 33331, disponente, che:

“Il reato di usura si configura come reato a schema duplice, e quindi, si perfeziona o con la sola accettazione della promessa degli interessi o degli altri vantaggi usurari, non seguita dalla effettiva dazione degli stessi, ovvero, quando questa segua, con l’integrale adempimento dell’obbligazione usuraria.

Esso è costituito da due fattispecie destinate strutturalmente l’una ad assorbire l’altra con l’esecuzione della pattuizione usuraria, aventi in comune l’induzione del soggetto passivo alla pattuizione di interessi od altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, delle quali l’una è caratterizzata dal conseguimento del profitto illecito e l’altra dalla sola accettazione del sinallagma ad esso preordinato”.

“…La richiesta ultima dell’imputato può certo essere un elemento logico di determinazione del tasso applicato in origine, ma non consente di prescindere da una valutazione delle pattuizioni usurarie, secondo la loro scansione temporale come indicato nello stesso contesto motivazionale (2001 -2003 -2004), al fine di chiarire se, quando e con quali modalità siano stati pattuiti interessi usurari. A tal fine, peraltro, non può accogliersi la tesi difensiva sulla legittimità della capitalizzazione annuale degli interessi operata con la scrittura del 4 gennaio 2011, sia perché la giurisprudenza civile considera l’art. 1283 cod. civ. ostativo alla previsione negoziale di capitalizzazione annuale degli interessi (Sez. U, n. 24418 del 02/12/2010, Rv. 615490) sia soprattutto perché non può certo consentirsi la capitalizzazione di interessi usurari, che, in quanto illeciti, renderebbero nulla qualsiasi pattuizione di capitalizzazione, dalla quale, anzi, potrebbe emergere proprio la usurarietà del tasso applicato”.

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Milano-derivato: Recupero di un milione di Euro!

il Tribunale di Milano, con Sentenza n. 2807/2018 pubblicata il 09/03/2018, ha dichiarato nulli i contratti derivati stipulati e per l’effetto ha condannato l’istituto di credito a restituire all’attrice la somma complessiva di Euro 1.000.000, pari ai flussi di cassa pagati dal cliente durante la vita dei derivati.
 
La banca è stata inoltre condannata a rifondere le spese processuali liquidate dal Giudice in complessivi Euro 21.280.
 
Il Giudice ha riscontrato che alla stipula dei contratti, la banca ha omesso di indicare correttamente il Mark to Market, che rappresenta la sommatoria attualizzata dei differenziali futuri attesi. Secondo la giurisprudenza, nei contratti il Mark to Market deve essere determinabile, pertanto è necessario che venga esplicitata anche la formula matematica alla quale le parti intendono fare riferimento per procedere all’attualizzazione dei flussi finanziari futuri. L’assenza di tale indicazione, ritenuta dunque fondamentale, implica la nullità dell’intero ex art. 1418 del Codice Civile.
 
Inoltre sempre nel contratto è stata rilevata la presenza di numerose commissioni implicite, gravanti sul cliente ed ingiustamente addebitate ad esso in occasione della stipula delle predette operazioni dalla Banca.
 
In ragione di queste motivazioni, il Giudice ha condannato la Banca a restituire all’azienda Euro 1.000.000 corrispondente alle perdite subite in esecuzione dei contratti.
 
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